Il linguaggio della fotografia e quello del cinema sono solo apparentemente simili. Certo, contengono immagini e dunque c’è una sovrapposizione su alcuni aspetti (illuminazione, correzione colore, obiettivi). Nella realtà però si tratta di due linguaggi completamente diversi. In pratica al centro della fotografia c’è l’istante colto o preparato, che può anche raccontare ma implicitamente, al centro del cinema e della televisione c’è il racconto esplicito. Per questo ha più a che vedere con la letteratura che con la fotografia.
1. Descrizione e narrazione
La fotografia in generale è descrittiva (osserva un oggetto/soggetto) e/o evocativa (fa immaginare/suscita emozioni), ma non narrativa. Il cinema è sempre narrativo, anche se non necessariamente è descrittivo e/o evocativo.
Esistono eccezioni che sono ponti tra i due mondi, ma sono rare: sequenze di foto che raccontano un evento e film “antinarrativi”.
2. Composizione
La fotografia deve concentrarsi sulla relazione figura sfondo all’interno della stessa cornice. Il cinema e la tv possono concentrarsi prima sull’uno e poi sull’altro (montaggio). Anche in questo caso esistono eccezioni che sono ponti tra i due mondi, ma sono rare: registi che amano inquadrature fisse e lunghe, descrittive, di tipo fotografico; fotografi che puntano su dettagli o immagini astratte senza preoccuparsi del contesto.
3. Momento e movimento
In una foto è concentrato il significato di un momento: una azione, un paesaggio, un ritratto… Quindi ci deve essere un’estrema attenzione alla composizione, al formato, ecc. Perchè alla fine il risultato sarà una immagine fissa. Nel cinema e in televisione si deve essere concentrati invece sul movimento: della camera o dei soggetti. Il risultato finale saranno una serie di immagini concatenate tra loro e il significato emergerà da quel concatenamento, non dalla singola immagine. Naturalmente esistono eccezioni che costituiscono ponti tra i due mondi, ma sono per l’appunto eccezioni: sequenze di foto e montaggi video di foto fisse.
Questo è l'incipit (cioè le prime inquadrature) de "Il gladiatore" ("Gladiator", regia di Ridley Scott, 2000, USA e UK). Esso è costituito da quattro inquadrature: la mano che accarezza sul grano, il volto del generale, un uccellino, di nuovo il volto del generale. Capiamo, vedendo il pezzo, che il generale ha nostalgia di casa, è legato ai ricordi, alla natura, ma deve prepararsi alla battaglia, ed è preso dal senso del dovere. Selezioniamo un fotogramma significativo per ognuna delle quattro inquadrature:
Se le consideriamo come fotografie, indipendentemente dal film, potremmo dire che la prima rimanda ad un tipo di scatto romantico, nostalgico, la terza potrebbe essere una fotografia di genere naturalistico, mentre la seconda e la quarta sono dei ritratti. Ognuno dei fotogrammi potrebbe essere considerato una buona fotografia, con temi e colori interessanti e un buon equilibrio compositivo. Ma in nessun modo può raccontarci una storia. Allo stesso modo, nel film le inquadrature scorrono troppo in fretta perché ci si possa soffermare. Dopo qualche scena il pubblico non potrebbe ricordarsi dell'uccellino, della sua forma o dei suoi colori. Invece la fotografia ci permette di concentrarci sul momento. Considerandole fotografie possiamo notare particolari che sfuggono limitandosi a guardare il film: per esempio il particolare sfondo dietro l'uccellino, l'anello nella mano, il controluce sulla pelliccia del generale. Le fotografie non potrebbero però dar conto del cambiamento. La quarta inquadratura è quella chiave per introdurre la psicologia del personaggio: nel giro di pochi secondi passa da una espressione sognante ad una dura. Gli piacerebbe essere a casa, e invece deve entrare in battaglia. Il passaggio della linea dei suoi pensieri è dato dalla mimica, cioè i movimenti dei muscoli facciali, una delle componenti della recitazione. Che può esistere solo con il cinema.
Inoltre il significato di alcune inquadrature non risiede "dentro" di esse, ma nella relazione esistente tra loro, fenomeno possibile solo con il montaggio. Noi deduciamo che il generale sta guardando l'uccellino non perché i due si trovano nello stesso quadro (non lo sono mai), ma dal fatto che l'uomo guarda fisso davanti a sé, cui segue l'inquadratura dell'uccellino. Questo schema viene chiamato "soggettiva". Lo schema trova conferma nella prima parte della quarta inquadratura dove deduciamo dal movimento della testa, che l'uomo sta seguendo l'uccellino in volo. Nella realtà della ripresa, ovviamente, l'attore non stava affatto guardando un uccellino, che probabilmente è stato ripreso in un altro contesto, un altro giorno. E' il montaggio che ci illude della loro contiguità.
Infine, altre risorse del linguaggio cinematografico ci aiutano a comprendere che probabilmente la prima inquadratura è frutto dell'immaginazione o dei ricordi del generale. Essa è accompagnata da una musica evocativa e in sottofondo si odono suoni di persone che ridono e giocano. Con la seconda inquadratura il rumore precedente cessa e viene introdotto un freddo fischiare di vento (per sottolineare il passaggio alla realtà), mentre prosegue il motivo precedente, dato che il generale non si è ancora allontanato dai ricordi. Arrivati alla quarta inquadratura si sovrappone alla melodia un ritmo molto più forte e deciso, in coincidenza con il cambio di espressione dell'attore.
Come si vede, dunque, il linguaggio cinematografico è legato al racconto, alla narrazione. Assomiglia più alla letteratura che alla fotografia.